“Mentre altrove faceva giorno, colà era notte, più oscura e più fitta di tutte le altre notti, sebbene fosse rischiarata da fiamme e bagliori”
Le parole di Plinio il Giovane risuonano oggi come un’eco lontana, riportandoci a quell’attimo sospeso nel tempo, quando la vita si scontrò con l’inesorabile furia del Vesuvio. Ercolano, la città fondata da Ercole, dal clima dolce, affacciata sull’incantevole Golfo di Napoli, divenne in un istante il teatro di una tragedia che non avrebbe avuto un lieto fine. Nei depositi delle imbarcazioni da pesca, sotto le terrazze affacciate sul mare, oltre trecento persone, tra donne, vecchi e bambini, si ritrovarono in un ultimo disperato abbraccio nel tentativo di trovare una salvezza che mai arrivò.
I FUGGIASCHI
I calchi in resina qui esposti ci restituiscono oggi la testimonianza di quei momenti drammatici: dinanzi a noi vediamo l’abbraccio di due bambini e di un adolescente, insieme a due donne che, come ultimo gesto disperato, tentano di proteggere un bambino nascondendolo tra le gambe di una di esse. Un dramma umano che non ci lascia indifferenti, che ci parla in modo diretto, intimo e struggente. Tale tragedia è stata tuttavia una fortuna per i posteri.
Lo studio antropologico di questi scheletri ha fornito una notevole mole di informazioni sull’alimentazione, le patologie, la vita della città e dei suoi abitanti nel I secolo d.C. A Ercolano, l’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., produsse una colata di fango piroclastico che una volta solidificato sigillò oggetti, resti umani e, incredibilmente, anche reperti organici, tra cui gli alimenti, impedendone l’ossidazione e la decomposizione. Così, oggi possiamo ancora ammirare il pane carbonizzato, la frutta, i cereali, i legumi, come se la città si fosse fermata improvvisamente.
La presenza di cibo associata ai resti biologici umani consente di stabilire connessioni fra stato di salute della popolazione e ciò che essa mangiava.
LA MORTE CHE RACCONTA LA VITA
Le analisi scientifiche sui resti ossei e alimentari hanno rivelato una dieta variegata che contribuiva a un adeguato sviluppo fisico e a un’aspettativa di vita che, per i tempi, era notevole. La dimensione corporea degli Ercolanesi, misurata mediante il peso e la statura è di circa 1.60 m per i maschi e di 1.50 m per le femmine. I loro denti, segnati dalla carie, raccontano di una dieta ricca di zuccheri semplici che favoriscono la proliferazione della flora orale, con presenza di abrasioni.
Queste ultime, analizzate, sono state messe in relazione con la presenza di particelle silicee nelle farine di cereali, ottenute triturando il cereale in macine di pietra lavica, come quella presente in mostra. Molto diffusa era la fluorosi dovuta alla presenza di questo elemento nell’acqua potabile.
Sono stati scoperti anche alcuni casi di brucellosi, che hanno lasciato segni sulle ossa. Il batterio era stato veicolato dai formaggi dei quali a Ercolano sono stati trovati frammenti che presentavano le brucelle, fonti dell’infezione umana.
Una recente ricerca condotta dall’Università di York, esaminando il collagene di un gruppo di scheletri, ha evidenziato regimi alimentari differenziati: maggiore consumo di pesce da parte degli uomini e carne, uova e latticini per le donne.
E così la transitorietà dell’essere umano ha prodotto nuova conoscenza e come la ginestra di Leopardi che “Qui su l’arida schiena del formidabil monte sterminator Vesevo” fiorisce, la tragedia di Ercolano si trasforma in un simbolo di speranza.
