Il prandium – il pasto consumato nella tarda mattinata o nel primo pomeriggio – non costituiva soltanto un momento di nutrizione, ma rappresentava una pausa rigenerante tra le attività quotidiane. Era un’occasione di ristoro e di socialità, che si adattava ai ritmi urbani e rifletteva la varietà dei contesti sociali del mondo romano. Nella sua apparente semplicità, questo pasto era carico di significati culturali e simbolici, riconoscibili anche attraverso la qualità, la foggia e la decorazione degli oggetti impiegati.

Al centro della scena troviamo una brocca in ceramica (1), un oggetto di uso quotidiano, frequentemente attestata tra Ercolano e Pompei, destinata al contenimento e al versamento di liquidi. Accanto a essa, due manufatti in vetro trasparente: una bottiglia balsamio (2), dalle linee sinuose e ravvivata da riflessi verdazzurri, e un elegante boccale in vetro soffiato (3), di un delicato verde pallido. Entrambi testimoniano come anche gli oggetti d’uso potessero essere espressione di gusto e ricercatezza. Anche nella produzione seriale, questi contenitori riflettevano le scelte estetiche del dominus e il desiderio di impreziosire la mensa con elementi raffinati.
Particolarmente rilevante è la presenza di un vaso a paniere in bronzo (4), caratterizzato da una struttura complessa e da una ricca decorazione plastica. L’ansa fissa, scolpita con grande cura, presenta motivi figurativi e simbolici: foglie d’acanto, una testa di cane nascosta sotto la foglia interna e, sul retro, una maschera bacchica con occhi spalancati e bocca dischiusa. Questi elementi non sono meramente ornamentali, ma evocano presenze divine e funzioni apotropaiche, conferendo all’oggetto un valore rituale anche all’interno di un contesto conviviale.
Tra i recipienti impiegati per la conservazione dei cibi, si distingue un grande bacile in bronzo (5), proveniente dalla Casa di Nettuno e Anfitrite, privo di anse ma ornato da cerchi concentrici incisi sul fondo esterno, a cui corrispondono all’interno due cerchi lievemente in rilievo.
A spiccare per originalità è un boccalino in ceramica (6), decorato con un volto umano grottesco: una maschera caricaturale che, oltre a suscitare ilarità, potrebbe avere avuto un significato apotropaico. Anche il piccolo askos decorato a puntini (7), destinato probabilmente al contenimento dell’olio, rivela una notevole attenzione per l’estetica.
A completamento del corredo, una coppa in ceramica fine (8) contenente al suo interno assortimento di semi: ceci (Cicer arietinum), lenticchie (Lens culinaris), piselli (Pisum sativum), orzo (Hordeum vulgare) e farro (Triticum dicoccum), ingredienti tipici delle zuppe rustiche, immancabili nella dieta mediterranea antica. Una seconda coppa in ceramica comune (9), più semplice, conserva esclusivamente piselli, confermando l’importanza dei legumi nella cucina quotidiana.
Estremamente raro, e di grande valore documentario, è il ritrovamento di una coppa in legno (10). La sua conservazione è dovuta alle eccezionali condizioni di seppellimento di Ercolano, dove la carbonizzazione e l’assenza di ossigeno permisero la sopravvivenza di materiali organici solitamente deperibili. Fragile ma eloquente, questa coppa restituisce la materialità di un uso domestico altrimenti perduto, e richiama nelle sue forme le analoghe coppe in ceramica e vetro. Al suo interno sono state adagiate delle noci, alimento energetico e gustoso.
Tra i reperti più significativi figura infine il pepe nero (Piper nigrum) (11), rinvenuto nella Casa dei Due Atri: una spezia pregiata, importata dall’India, riservata alle élite romane. La sua presenza attesta non solo i gusti esotici diffusi tra le classi più abbienti, ma anche l’ampiezza delle reti commerciali che connettevano Roma all’Oriente.
Chiude la rassegna un elemento simbolico e devozionale: due piccole statuette in bronzo – una lepre (12) e un giovane con un maialino (13) – probabilmente pertinenti a piccoli altari domestici (larari). Esse evocano il mondo animale e la varietà delle carni consumate, ma anche la dimensione rituale e votiva del cibo, inteso non solo come sostentamento, ma come offerta sacra e atto di comunicazione con il divino.
